4 novembre 2025
Cosa succede dopo Putin?
Chi vuole capire la Russia dopo Putin, deve iniziare sottolineando il silenzioso patto che è sopravvissuto all'Unione Sovietica: "Lo Stato è sacro; l'individuo è sacrificabile".
Non è che i russi non soffrano: essi soffrono, ma non lo danno a vedere.
Il sistema russo addestra i cittadini a superare i problemi, invece di risolverli.
È una eredità sovietica da cui il cittadino russo sembra non riuscire a liberarsi.
Mentre in Occidente i politici promettono conforto, in Russia promettono resistenza: i russi devono resistere.
Questa mentalità, che caratterizza la politica russa, nata nei gulag, nelle trincee e nelle file per il pane sovietiche.
Ecco perché inviare ondate di uomini scarsamente addestrati nei campi minati ucraini conta come "strategia legittima", mentre noi in Occidente scuotiamo la testa con disprezzo.
Ed è per questo che il prossimo leader, chiunque egli possa essere, erediterà una cultura politica che privilegia l'obbedienza e il sacrificio rispetto alla responsabilità.
Il putinismo ha perfezionato una piramide in cui la lealtà sale e i favori materiali scendono.
La "verticale del potere" bilancia i responsabili della sicurezza con i tecnocrati, lascia che gli oligarchi guadagnino, a patto che non minaccino mai il trono e alimenta narrazioni televisive che fanno sembrare che la vittoria sia un destino.
La repressione è selettiva e teatrale.
Le elezioni sono teatro: puro teatro di cui tutti e chiunque conoscono la fine dell'ultimo atto, prima ancora che lo spettacolo cominci.
In Russia la vera azione si svolge in piccole stanze senza finestre, tra uomini che usano la lealtà come un'arma.
Questo sistema può sopravvivere a qualsiasi leader: è stato costruito per questo.
Come Putin se ne andasse, chi arriva è quasi indifferente.
Per quanto la Federazione Russa sia diventata cattiva nei decenni successivi a Eltsin, il fatto è che nessun autocrate è immortale: Putin è vecchio.
Alla fine dell'anno 2023 i rapporti di intelligence, corroborati da numerose testimonianze e video, lo davano gravemente malato di morbo di Parkinson e praticamente incapace di restare immobile.
Vi fu anche chi si spinse a riferire che fosse malato di cancro al colon in fase terminale.
Da allora è stato un turbinio di sosia, almeno 3, fino ai tempi recenti, in cui appare solo uno dei tre, ma più raramente.
Invero, nei giorni scorsi ne è apparso uno nuovo, che è alto circa un 1 metro e 80, per confronto con i suoi vicini in una fotografia, di cui è nota l'altezza.
Si trattava, palesemente, di un altro sosia.
Infatti, il vero Putin è dato essere alto 1 metro e 65.
Al Cremlino devono avere finito i nani.
Ad ogni modo e in ogni caso, nemmeno Putin è eterno, non resterà in carica per sempre, quindi le persone lungimiranti devono iniziare a pensare a cosa succederà dopo.
Come se ne andrà Putin?
Potrebbe morire in carica.
Potrebbe essere silenziosamente reso inabile.
Potrebbe cadere dalle scale, spinto dall'élite della sicurezza.
Potrebbe essere accantonato in una posizione solo nominalmente prestigiosa.
Potrebbe, semplicemente, sparire, in tal modo anche evitando un viaggio "a lungo termine" all'Aja.
Potrebbe dare ascolto a un "appello collettivo" per il rinnovamento nazionale, seguito da una pensione dignitosa e una dacia molto tranquilla.
In questo momento un informale Politburo governa la Russia, rappresentando le componenti russe dei poteri economici, militari, politici e di Polizia.
Da tempo non è più il vero Putin a decidere le cose e da molti mesi egli è, appunto, sostituito da un sosia, come abbiamo visto.
In alcune circostanze esistono persino 2 "Putin" diversi in luoghi diversi.
La Costituzione russa contempla questa situazione e, in assenza del Presidente della Federazione Russa, sarebbe compito del Primo Ministro in carica in quel momento indire elezioni entro 3 mesi e nel frattempo occuparsi della ordinaria amministrazione.
Conosciamo a sufficenza il sistema elettorale russo per sapere che ci sarà un candidato destinato a vincere le elezioni e a diventare Presidente e ci saranno alcuni candidati "di facciata", per dare la parvenza che esista un vero processo democratico.
Il candidato vincente sarà deciso da un accordo ottenuto all'interno del Politburo, contemperate le necessità delle varie componenti del Cremlino, riunite.
La Commissione Elettorale Centrale russa, campione mondiale di brogli, garantirà sempre che il candidato deciso dal Cremlino vinca le elezioni.
Da tempo Putin non ha più "presa" sulla Russia.
L'ha perduta nel giugno 2023, durante la rivolta di Wagner.
Fu un ammutinamento di 24 ore, che mise a nudo quanto fosse e sia fragile la corazza dello Stato russo.
Prima di fermarsi bruscamente, la colonna di mercenari di Yevgeny Prigozhin abbatté elicotteri militari, occupò il Comando d'Armata di Rostov e arrivò indisturbata a circa 200 km da Mosca.
La risposta del Cremlino fu un caos mascherato da compostezza: jet presidenziali in fuga dalla capitale, posti di blocco eretti frettolosamente e governatori regionali che giuravano fedeltà ogni mezz'ora sulla TV di Stato.
Per la prima volta in vent'anni, Putin si nascondeva, invece di governare.
Negli ambienti dell'intelligence ritenevano che i generali russi di alto rango stavano coprendo le loro scommesse: si sarebbero schierati dalla parte del vincente.
L'ammutinamento non ha avuto esito, ma ha incrinato il mito dell'invincibilità del Cremlino, che, seppur brevemente, è stata sostituita da qualcosa di nuovo: il regime poteva essere colto di sorpresa, superato in astuzia e possibilmente rovesciato dall'interno.
Non necessariamente servirà un colpo di stato perchè la Russia cambi leader.
Una transizione è senz'altro già prevista e tutti, Russia compresa, lo scopriremo a posteriori.
Se Putin sparisse a mezzogiorno di un giorno qualunque, allora sarebbe avviato un piano che al Cremlino conoscono già:
- Il Consiglio di Sicurezza cercherà di mettere al sicuro vecchio e nuovo leader;
- lo FSB chiuderà archivi e porte finché non verrà detto loro quali aprire;
- Rosgvardiya, la Guardia Nazionale con i carri armati, presidierà Mosca;
- la Amministrazione Presidenziale, nome insipido dal potere reale, scriverà la sceneggiatura televisiva in modo che la nazione percepisca continuità e non cada preda del panico.
Allineando questi quattro "poteri" il passaggio di consegne sembrerà "legale" e avverrà senza scossoni.
Altrimenti, ci sarà da preparare i popcorn...
Chi potrebbe essere il nuovo leader?
L'attuale Primo Ministro Michail Mishustin è un tecnocrate del codice fiscale, non un romantico da campo di battaglia.
Con lui la repressione avrà toni garbati: bilanci ristretti, cinghia stretta, meno discorsi vulcanici.
La politica estera sarà dura, solo meno teatrale.
È il "manager" più sicuro per le elite.
Nikolai Patrushev è l'ideologo della sventura, l'uomo che pensa che la storia sia una cospirazione contro la Russia.
A differenza di Putin, Patrushev è un vero agente del KGB/FSB e con lui la Russia sarà più cupa e paranoica, con impronte di sicurezza sempre più evidenti, la mobilitazione sarà dura, l'economia di guerra si inasprirà, la TV diventerà più rumorosa e fredda.
Il presente Ministro della Difesa Andrej Belousov rappresenta una militarizzazione tecnocratica e misurerà la vittoria in termini di fogli di calcolo e tonnellaggio, i droni saranno più grandi, saranno sparati più proiettili e avvierà un piano nazionale per trasformare ogni fabbrica in un bullone per la macchina da guerra, non avverrà nessun disgelo.
Il Sindaco di Mosca Sergej Sobyanin gestisce Mosca come un centro commerciale ben illuminato.
Se toccasse a lui, segnalerebbe la decisione di pacificare la vita nella capitale, mentre le province continueranno a sanguinare.
Luciderebbe la facciata del palazzo, ma non toccherebbe le fondamenta, la guerra continuerà, ma le buche saranno riparate.
Sergej Kiriyenko è l'ingegnere politico del regime, è l'uomo che crea il consenso.
Come Presidente, professionalizzerebbe la propaganda e modernizzerebbe la repressione, ci sarebbero elezioni più selettive, prigioni più ordinate e la stessa ostilità strategica dietro un vetro.
Il comandante della Guardia Nazionale Viktor Zolotov è il pezzo grosso del regime.
Con lui al comando, lo Stato governerà con lo scudo antisommossa: prima l'ordine, poi la legge.
Ci sarebbe il nostro vecchio amico Dmitrij Medvedev, ma la sua condizione di etilista non gli dà molte chances.
Però potrebbe essere il "paravento" per uomini più duri: il sistema governerebbe lui, non lui il sistema.
Alexander Bortnikov (FSB) e Sergei Naryshkin (SVR) sono i capi dell'intelligence.
Entrambi governerebbero come uno schedario: freddi come il metallo, silenziosi e controllati, la politica estera rimarrebbe avversaria e negativa.
Poi c'è Alexei Dyumin, ex guardia del corpo di Putin, ora capo regionale, con il profilo di un lealista: conosce fatti e misfatti.
Conosce perfettamente chi va a letto con chi...
Se l'élite ha bisogno di un "giovane uomo forte", lui è l'uomo giusto.
Tutti e ognuno sono una variazione sullo stesso tema: il gruppo sceglie un guardiano della continuità, non un riformatore.
In fondo, il lavoro è semplice: proteggere i diritti di proprietà dei potenti, mantenere la guerra sostenibile e non lasciare mai che la gente comune abbia l'iniziativa.
Il risultato più probabile è uno stato di dura continuità: stessa politica estera, un volto nuovo al Cremlino e Polizia potenziata.
La guerra continuerebbe a indugiare, perché porvi fine in modo onesto minaccia la legittimità del regime.
Le sanzioni detteranno il ritmo.
L'economia sarà ulteriormente militarizzata.
Una seconda opzione è la stagnazione tecnocratica: un tipo di manager che stabilizza Mosca, riduce la retorica, negozia silenziosamente l'allentamento delle sanzioni e definisce la situazione di stallo "vittoria".
È Breznev con un Wi-Fi migliore.
C'è una possibilità per una giunta collettiva: uniformi e spie che condividono un tavolo, mentre il bilancio affama tutto tranne le armi.
Prometteranno elezioni per un domani che non arriverà mai.
Ai margini della mappa delle probabilità si trova la frammentazione: non il collasso totale, ma una maggiore autonomia regionale, governatori che creano le proprie milizie e denaro federale che compra la lealtà all'ingrosso.
Mosca rimarrà la capitale della Russia, sarà solo un po' più libera.
La via meno probabile è un disgelo riformista.
Ciò richiede sia il consenso delle élite che la partecipazione pubblica.
La guerra finirebbe, le elezioni dovrebbero avere un vero significato e qualcuno dovrebbe andare in TV e ammettere che la "vittoria" non è tale e che le sue conseguenze si abbatteranno sui cittadini russi per diversi decenni.
E' possibile? Sì.
E' probabile? No.
Qualunque cosa accada, non c'è da aspettarsi una colomba, ma un falco diverso.
La maggior parte dei successori si atterrà alla stessa ostilità esterna, perché la minaccia straniera sarà un collante interno per il sistema come è adesso.
Uno o due di loro potrebbero abbassare la temperatura per far respirare l'economia, ma poco cambierà solo perché a Mosca c'e un nuovo nome.
Per l'Ucraina, il rischio è quello di un nemico più intelligente: meno parate e più produzione, meno discorsi e più granate.
Per la NATO, il pericolo è interpretare erroneamente un Cremlino più tranquillo come più amichevole: l'autocrazia non si ritira, ma cambia nome.
Quale strada sceglierà la Russia dopo Putin?
Io guarderei i fatti, ignorando i comunicati stampa.
Se la Rosgvardiya si espanderà, se i vertici regionali otterranno poteri di emergenza, se le narrazioni televisive russe passeranno dalla "vittoria eterna" alla "lunga e necessaria lotta", allora assisteremo a una dura continuità.
Se i tecnocrati inizieranno a dirigere il Consiglio di Sicurezza e i decreti di bilancio daranno priorità alle fabbriche rispetto alle parate ci sarà una stagnazione con i fogli di calcolo.
Se gli arresti inizieranno all'interno dell'élite piuttosto che all'esterno, qualcuno sposterà i mobili nella sala del trono.
In definitiva, Putin ha costruito un sistema che può sopravvivergli.
Questo è il punto di un potere verticale: sostituire l'uomo, preservare la macchina.
Dopo di lui, la Russia può diventare più fredda, più astuta o più cattiva.
Può fermarsi.
Può sfilacciarsi ai margini.
Ma non diventerà la Danimarca.
In Russia, l'autoritarismo è un franchising.
E a meno che la guerra non finisca in termini onesti o che il pubblico non trovi la sua voce, la prossima stagione assomiglierà molto a quella presente, solo con un nuovo attore, la stessa sceneggiatura e un budget maggiore per la Polizia.
In Russia, lo Stato rimane sacro, e l'individuo rimane facoltativo.
E il resto di noi, per ora, rimane molto, molto curioso di sapere chi otterrà le chiavi dello schema piramidale.